Sul web troppi commenti sui tre fatti di cronaca.

Xenofobìa deriva dal greco e significa, letteralmente, paura dello straniero. Nasce dall’unione di due parole “xenos” che significa appunto straniero e “phobos” che significa paura.

Il dizionario Treccani online definisce la xenofobìa come: “il sentimento di avversione generica e indiscriminata per gli stranieri e per ciò che è straniero, che si manifesta in atteggiamenti e azioni di insofferenza e ostilità verso le usanze, la cultura e gli abitanti stessi di altri paesi”.

L’espressione straniero però non indica soltanto coloro i quali provengano da altri paesi, portatori sani di diversità culturali; straniero è anche tutto ciò che ci è estraneo, che è diverso da noi, che non sentiamo appartenerci.

La xenofobìa è quella bestia che ringhia, ruggisce e si agita dentro di noi quando ci arroghiamo il diritto di negare qualcosa a qualcun altro che ci è estraneo; che ci mette a disagio; che ci fa paura.

La mia professoressa di lingua e letteratura latina del liceo ci diceva di non ignorare mai l’etimologia delle parole che usiamo, perché risiede lì il loro vero significato. Dal sentimento di rigetto nei confronti di ciò che ci è estraneo, tipico della xenofobia, si ramificano tutta una serie di altri fenomeni poco edificanti come il razzismo, l’omotransfobia, l’integralismo religioso e quello culturale. Sono modalità diverse di esprimere la stessa, identica, atavica, paura dello straniero, del diverso, dell’ignoto.

La xenofobia però per proliferare implica che si permanga in uno stato di omeostasi, “omeo” e “stasi”, ovvero l’attitudine volta a mantenere in equilibrio le condizioni interne di un sistema, al variare delle condizioni esterne.

Chi ricorda ancora i rudimenti della teoria evoluzionista, che saltava fuori mentre si studiava la preistoria alle scuole primarie, sa che le creature viventi hanno un solo strumento di sopravvivenza: la capacità di adattamento.

Essa nasce e si sviluppa quando le creature escono dal loro stato di omeostasi, quindi di equilibrio, per entrare in una fase di transizione o caos (transistasi) nella quale possono apprendere nuove strategie per superare il momento di transizione e quindi adattarsi al mutare del contesto. Omeostasi e transistasi sono stadi che si alternano continuamente nella storia di un organismo che si evolve. Così è l’uomo.

Non è possibile, né evolutivamente auspicabile, permanere in uno stato di quiete perpetuo, eliminando, sminuendo o ghettizzando ogni brandello di diversità con il quale entriamo in contatto.

Essere recalcitranti al cambiamento, rifiutarsi di abbracciare i mutati contesti socio-economici e climatici, trincerarsi dietro muri fisici o figurati alla lunga ci porterà all’estinzione. Occorre quindi affinare le capacità adattive se non vogliamo replicare la fine di qualche bizzarro animale preistorico.

Chi sta leggendo l’articolo a questo punto crederà che io abbia scritto una marea di banalità, che sarebbe controintuitivo asserire che non ci vogliamo evolvere e che, deliberatamente, l’umanità stia scegliendo di involvere; purtroppo, però, non è così.

Una prova, a mio avviso agghiacciante, di una umanità sempre più propensa ad imboccare la strada dell’estinzione massiva, la stanno fornendo i giovani.

Che i boomer, oggi cinquantenni e sessantenni, generazione endemica nella classe dominante del nostro paese, non riescano a comprendere la fluidità di genere, la variazioni dei canoni di bellezza, il fenomeno delle migrazioni, il cambiamento climatico e la globalizzazione un po’ me lo aspetto, ma che siano i millennials o i trentenni a non capirlo, desta in me non poca preoccupazione. Storicamente sono sempre stati i giovani a sovvertire lo status quo ed a traghettare le generazioni precedenti in una nuova concezione del mondo e delle cose; ma come si fa a evolvere se proprio quelli che dovrebbero rappresentare il motore del cambiamento sembrano aderire sempre di più ai canoni standardizzati imposti dalle vecchie glorie?

Per rendersene conto basta dare un’occhiata ai commenti sgradevoli che tre recenti fatti di cronaca hanno generato sul web, anche tra gli insospettabili. Mi riferisco all’omicidio di Willy, a quello di Maria Paola Gaglione e alla vicenda della modella Armine Harutyunyan. Tre fatti molto diversi tra loro, ma che traggono tutti origine dalla xenofobia. Willy non era italiano; Maria Paola stava con una che si faceva chiamare Ciro e la modella di Gucci, semplicemente, non è bella. Willy era nero e poi si sarebbe dovuto fare gli affari suoi; Maria Paola doveva stare con un vero uomo; il direttore creativo di Gucci non avrebbe dovuto proporre quella modella dall’aspetto così diverso rispetto a quelle a cui siamo abituati. Xenofobia pura e semplice che sui social è straripata oltre ogni limite, soprattutto nei confronti di Armine, colpevole di non aderire perfettamente ai canoni estetici preimpostati.

Se anche i giovani cominciano a ritenere auspicabile innalzare barriere reali o immaginarie per tenere fuori quello che ritengono estraneo, ignorando la spinta evoluzionistica al cambiamento, chi assumerà il ruolo di motore dell’evoluzione?

Un rapporto di Save the Children dello scorso anno ci informava che 3 minori su 5 in Italia sono stati vittime o testimoni di atti di discriminazione e/o violenza da parte di coetanei, soprattutto a scuola, dove la diversità diventa una colpa. È necessario quindi agire proprio lì dove la xenofobia viene interiorizzata e insegnare ai giovani il valore del confronto, dell’accettazione e del diverso.

La scuola è la più importante agenzia di socializzazione, dopo la famiglia, e non possiamo ignorare l’incredibile ruolo che gioca nella formazione delle giovani menti. Il modo più efficace per estirpare la xenofobia dalle giovani generazioni è educarle alla tolleranza. L’istruzione è l’unico strumento che abbiamo per combattere definitivamente la paura del diverso.

Come disse Malcolm X: “L’istruzione è il nostro passaporto per il futuro, perché il domani appartiene alle persone che lo preparano oggi“.

Articolo pubblicato sul Quotidiano del Sud – l’Altravoce dell’Italia di lunedì 28/10/2020

A proposito dell'autore

Rosamaria Trunzo

Assistente sociale, sognatrice incallita, idealista per nascita ed irriverente per vocazione. Ama leggere, guardare le maratone di Mentana su la7, i telefilm, il cinema, le arance amare e la politica. Dai posteri verrà ricordata per l'autoironia e la propensione alle battute a doppio senso.

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