La situazione che stiamo vivendo, descritta, da più parti, come senza precedenti, sta mettendo a duro prova tutti noi, sotto vari aspetti, quello sanitario certo, ma anche quello sociale e psicologico.

Si è parlato molto di questi ultimi, pensando innanzitutto agli anziani, ma anche ai bambini; non si è forse parlato adeguatamente delle conseguenze sui giovani.

La generazione dei Millennials infatti si ritrova a vivere , in un mondo che si è improvvisamente ristretto, dove sono comparse, in batter d’occhio, forti restrizioni di movimento e di azione.

É un aspetto questo che  sui giovani potrà avere un impatto devastante, se pensiamo quanto, negli ultimi 30 anni, la libertà di movimento, a livello globale abbia aiutato i giovani a livello occupazionale e non solo.

I giovani di oggi infatti sono quelli della generazione Erasmus, da intendersi non solo con quelli che hanno trascorso un periodo di studio all’estero, il 2% dei giovani (9 milioni), ma anche coloro che hanno trascorso anche qualche giorno al di fuori dei confini nazionali.

Si è fatto un gran parlare ,infatti, della generazione Erasmus, contestandone i numeri, che tenendo conto solo di chi ha usufruito dei fondi comunitari per trascorrere un semestre all’estero, possono apparire esigui, ma bisogna pensare a cosa il Progetto Erasmus ha provocato nella mente dei giovani.

Questi si sono trovati davanti la possibilità di scoprire il mondo, di andare lontano, con le gambe e con la mente, in un mondo senza confini, che aspettava solo di essere esplorato, che chiedeva loro, solo di adattarsi e crescere insieme, con  nuove culture e abitudini.

Quando si pensa alla generazione Erasmus infatti bisogna considerare tutti coloro che hanno partecipato a tutti i progetti di scambio internazionale, racchiusi ora nel sistema Erasmus Plus, e che hanno vissuto esperienze di lavoro e formazione all’estero anche di poche settimane.

Grazie al sito Scambi Europei infatti, fino a poche settimane fa bastavano pochi clic per ritrovarsi in un progetto di scambio culturale europeo, insieme ad altre decine di giovani provenienti da altri Paesi d’Europa e non solo.

In queste occasioni i giovani hanno possibilità di confrontarsi, con gli altri, e soprattutto con sé stessi, di uscire dalla propria confort zone e di misurarsi con le proprie risorse e i loro limiti.

Inoltre in queste occasioni i ragazzi si confrontano su vari temi: da quelli sociali e dell’inclusione, a quelli ambientali e quelli legati ai nuovi media, sperimentando nuove progettualità e nuove skills, utili nel mondo del lavoro.

Pensiamo infatti a quanto esperienze del genere possano essere utili nel mondo del lavoro, per rendere più sicuri e dinamici i ragazzi di oggi, a cui è richiesta una capacità di adattamento e di resilienza enorme, in un mondo sempre più prestazionale, ma purtroppo precario.

Sappiamo d’altronde quanto i giovani italiani, soprattutto negli ultimi anni, abbiano scelto di vivere fuori dall’Italia per cercare migliori opportunità di lavoro e di crescita.

Il Rapporto Italiani nel Mondo 2019,  della Fondazione Migrantes riporta, utilizzando principalmente dati Istat, che il 40% di chi è partito nel 2018 ha fra i 18 e i 34 anni. Ma anche che questo dato sta peggiorando con un aumento di 8,1 punti percentuali delle partenze 18-34, mentre nello stesso periodo tutte le categorie di età over 35 sono diminuite. Questi fattori contribuiscono al generale invecchiamento della popolazione italiana.

Questi dati dimostrano qualcosa che può sembrare retorico, ma che ,invece, purtroppo è realtà, cioè che “l’Italia non è un Paese per giovani”, e per i quali l’Europa e il resto del mondo  sono un’opportunità imprenscindibile.

Ciò è ancor più significativo per i giovani del sud Italia, dove le condizioni di lavoro sono ancora più precarie ed esigue che nel resto d’Italia.

Ma cosa ne sarà ora di tutto questo, anche una volta finita l’emergenza Coronavirus?  Cosa ne sarà di quel sogno di poter, in qualsiasi momento, prendere un volo low cost e andare via, per andare lontano, a cercare attraverso il confronto con l’altro, la propria identità?

I giovani di tutta Europa avranno le stesse possibilità odierne di viaggiare e spostarsi? Avranno soprattutto la stessa forza ed energia, avuta negli ultimi anni, di lasciare la loro terra, dopo essersi sentiti così fragili e vulnerabili?

La Generazione dei Millennial di tutta Europa, che aveva fatto del viaggio la sua identità, lo strumento di emancipazione e di crescita per eccellenza, si trova ora chiusa nei propri confini nazionali o, peggio, rinchiusa nelle proprie camere.

I giovani, si è detto, sono, però, pieni di risorse e proprio in questo momento stanno facendo del loro meglio per affrontare questa situazione, grazie all’uso dei social media; pensiamo solo alle diverse raccolte fondi e iniziative di solidarietà messe in campo in questi giorni.

Se ciò è vero, è altrettanto vero però che la cosiddetta generazione millennial o generazione Erasmus, che dir si voglia, sarà quella che pagherà il prezzo più alto, se non in termini di salute, in termini di prospettiva e di futuro.

Ciò è ancora più vero se pensiamo alla correlazione tra la diffusione dei virus e il cambiamento climatico, correlazione ormai accertata da diversi studi scientifici.

Se è vero infatti che i virus e le epidemie sono sempre esistite, è dimostrato che il cambiamento climatico e la distruzione degli ecosistemi stanno provocando una maggiore incidenza dei virus sull’uomo, con un più frequente salto di specie, da animale a uomo.

I giovani oggi si trovano a vivere in un pianeta molto più fragile e vulnerabile, dove saranno più frequenti epidemie e catastrofi naturali.

Perciò i giovani rischiano di pagare un prezzo molto alto, in termini di futuro e di possibilità ed è un dovere della società tutta proteggerli, e ridare loro speranza di vivere in un mondo migliore di quello che gli è stato lasciato.

Articolo già pubblicato sul Quotidiano del Sud – L’altra Voce dei Ventenni del 20/04/2020

A proposito dell'autore

Enrichetta Alimena

Una ragazza di 29 anni con la passione per la radio e l'informazione. Laureata in Scienze Storiche all'università La Sapienza di Roma, con una tesi sul Movimento delle persone con disabilità motorie negli anni '70. Dopo uno stage presso Rai radio 3, ha realizzato un radio-documentario intitolato "Tutto normale un altro sguardo sulla disabilità", andato in onda sulla stessa emittente. Ha partecipato a diversi scambi internazionali in cui ha affrontato grandi temi di attualità.

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