Caro Paolo Borsellino,
Scusami se mi permetto di darti del “tu”, ma ho sentito così tanto parlare di te, ho letto così tanto di te, che nonostante non sia stato così, penso di conoscerti.
I tuoi ideali sono cosi vicini ai miei, che mi sento legata a te da un filo invisibile che io chiamo “senso di giustizia”, o forse “illusione di un mondo giusto”.

Caro Paolo, oggi è il 19 luglio del 2020, esattamente ventotto anni fa, alle 16 e 58, in via D’Amelio a Palermo, tu e gli uomini della tua scorta venivate fatti esplodere in aria e insieme a voi moriva la speranza degli italiani onesti.

Mi chiedo spesso, come sarebbe andata se non vi avessero ucciso, se non vi avessero impedito di fare il vostro lavoro.

Come sarebbe stata l’Italia se Carlo Alberto Dalla Chiesa, Rocco Chinnici, Giovanni Falcone tu e tanti altri non foste stati ammazzati? Questo non posso saperlo, però conosco cos’è stato dopo di voi, e con tutta onestà, sono convinta che se vedessi l’Italia e la Sicilia d’oggi, non saresti poi così contento.

Pensa tu, che dopo tutte le battaglie fatte per riconoscere l’esistenza dell’associazione mafiosa, nel 2020, c’è ancora chi dalle piazze dei piccoli paesini durante i comizi elettorali esordisce dicendo: ” La mafia qui non esiste”, e ti dirò di più questi soggetti vengono acclamati difesi ed eletti a pieni voti.

Dovremmo ribellarci, dici?  Rispondere attivamente?  Lo so, io ci provo, però qui appena alzi la voce, appena osi pronunciare il nome di una famiglia mafiosa, cercano di azzittirti e le persone che ti sono vicine mica ti appoggiano, no no, troppo rischioso, ti consigliano solo di farti i fatti tuoi, e te lo dicono perché ti vogliono bene.

Pensa che la gente ha così tanto timore che quando racconta un avvenimento che ha ad oggetto personaggi mafiosi, i nomi degli stessi li sussurra, come se qualcuno potesse sentirli e poi punirli, per il semplice fatto di aver nominato il nome del boss invano. Che vuoi che ti dica qui, in Sicilia, cresciamo così a pane e fatti tuoi.

Meno parli meglio è, poi, se riuscissi anche a non sentire e non vedere, sì che sarebbe il massimo. La cosa peggiore è che in silenzio non ci restano solo i testimoni mal capitati ma persino le vittime, che preferiscono un atto di violenza isolato (si fa per dire) che denunciare ed essere perseguitati pedissequamente dalle famiglie mafiose.

Le vittime che riescono a denunciare sono pietre rare, e molto spesso per loro riuscire a provare l’accaduto diventa molto difficile, vuoi perché testimoniare è un pericolo quindi nessuno lo vuole fare – e se li citi in giudizio quelli, pur di non andare contro le famiglie mafiose, commettono il reato di falsa testimonianza – vuoi  perché se il tutto succede in luoghi video sorvegliati le telecamere non funzionano mai o non erano attive. Insomma, vuoi per questo o vuoi per l’altro, hai capito, qui non è difficile solo denunciare ma anche riuscire a vincere la battaglia, perché chi denuncia la mafia, non va solo contro il clan, va contro una mentalità radicata e quasi invincibile.

Da quando non ci siete più non è che sia cambiato granché, dicono che la fase stragista sia finita, e difatti adesso la mafia non uccide quasi più; si impegna, diciamo, a far sì che magistrati e politici diventino amici e non nemici, e devo dire che questi tentavi non hanno scarsi risultati, anzi.

Se avessi letto il sistema di corruzione della magistratura partito da Siracusa, ti sarebbero venuti i brividi!
Per non parlare della trafila infinita avutasi dopo la tua morte per riconoscere il reato di voto di scambio politico mafioso (per approfondire leggete qui), e anche questa penso che non l’avresti presa molto bene.

Però, ecco, dopo una lunga battaglia, c’è una quasi soddisfacente normativa contro le mafie, proprio perché c’è ancora chi combatte, e questa è la notizia positiva.

Non ci hanno azzittiti tutti, ci sono tanti giovani e anche tanti professionisti che credono ancora che, seppur appaia invincibile, la mafia si possa vincere e che l’arma più potente per farlo sia la parola, quella libera.

Caro Paolo, non disperare perché ti prometto che noi non ci arrenderemo e come dicesti anche tu: “Se la gioventù le negherà il consenso, anche l’onnipotente e misteriosa mafia svanirà come un incubo”, noi ci crediamo ancora. 

A proposito dell'autore

Demetra-Maira D'Agata

Demetra-Maira D’Agata, laureata in Giurisprudenza all’Alma mater studiorum di Bologna, siciliana dentro e fuori, non ha mai perso il suo accento meridionale. Nel suo cuore però, c’è spazio per un’altra isola : Las Palmas, dove ha vissuto per qualche mese grazie al progetto Erasmus. Si definisce : testarda e ambiziosa, ma soprattutto logorroica. Non ha mai smesso di parlare da quando ha imparato a farlo, ma molto spesso ha usato la sua voce per portare in alto i diritti dei più deboli. In prima linea nella lotta contro le mafie, gli intolleranti e i razzisti. Il suo motto preferito : “ Cu avi a ucca passa u mari”, tradotto? Con le parole è possibile oltrepassare il mare. Crede nelle forza della comunicazione e delle parole. Ama i papaveri, perché ribelli e selvatici e si rivede in loro. Dal metabolismo lento e dalla parlata veloce, è innamorata delle melanzane ripiene di sua madre. Pensa che la felicità sia fatta di piccole cose : come le melanzane della mamma in borsa frigo, un ombrellone e gli amici di sempre pronti a discutere dei problemi del mondo e ovviamente, di chi mangerà l’ultimo boccone di melanzana.

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