#ilaureati, parte II  IMG-20150620-WA0007

Ve lo ricordate Inglesina? Forse no. A meno che non abbiate figli, nipoti o siate stati nel girello fino a che non vi è sbocciata la coscienza, non potete ricordarlo. Io l’ho scoperto l’anno scorso, appena è nato il figlio di una mia amica, che per i primi mesi di vita ha viaggiato, dormito e visto il mondo a pancia in su, direttamente da un passeggino Inglesina Trip blu, che Amazon mi propone a 174 euro. Non c’entra niente coi bambini, forse un po’ col Trip, ma da quando ho riscoperto questa bella parola carnevalesca – cinesino, francesino, inglesino, appunto – la mia mente l’ha associata ad Antonella Mulè, l’unica persona della mia vita che ho conosciuto due volte per la prima volta.

Capita. Me la presentarono cinque o sei anni fa, non era ancora Inglesina. Facemmo conoscenza, ci salutammo educatamente, ci dimenticammo serenamente l’uno dell’altra. Quando la conobbi di nuovo, anni dopo, era la sorella frecciargento della ragazza di cui mi stavo innamorando. Dal nostro primo incontro si era laureata (triennale, Università della Calabria) e, ancora studentessa di specialistica (Bocconi), aveva trovato lavoro. A Londra. In Deutsche Bank.
Qualche settimana fa ha deciso di regalarmi la continuità della rubrica #ilaureati, iniziata lo scorso numero con la storia di Luisa, sui primi giorni che seguono la fine degli studi. Lei ha passato il dopo specialistica tra una giornata di mare calabrese e un fiero ritorno in Inghilterra, ufficio in Winchester House, London Wall.
Io l’ho intercettata lo stesso, ne è venuto fuori questo.

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Anto, come stai? Comincia in inglese che fa avanguardia.

Walking on a dream…

Quindi avverti una bella differenza, tra il prima e il dopo.
Sì. Certo, tanta confusione ma anche un forte senso di libertà.

Se ti dico la parola “dopo” cosa ti viene in mente?
Il mare. La natura. Sono stata un animale urbano per troppo tempo.

Nel tuo caso vale la legge Marty Mc Fly sui paradossi temporali. Ovvero: eri nel “dopo” già prima della laurea.
Si mi sento fortunata, ho fatto un percorso inusuale che comportava dei rischi. Studiare a Milano e nel frattempo lavorare in giro per l’ Europa. Ma e’ andato a buon fine.

Che italiani sono, gli italiani del tuo mondo?
Sono ben educati, ambiziosi e solidali. Portano ancora il golfino sulle spalle.

Come li racconteresti a chi ragiona per stereotipi?
Se vivi in una provincia italiana, tu usciresti con chi ‘conosci di vista’? Qui lo inviti anche a cena a casa tua.

Cosa significa, per te, mettersi in gioco?
Non avere paura del fallimento.

Stai già vivendo il prodotto di un’ambizione. Ma hai ugualmente un sogno, altre aspirazioni? Qual è lo Zenith?
Lo Zenith sarebbe portare la famiglia con me in ogni spostamento. Oppure crearne una.

Adesso prescindi dalla tua posizione. O prendine esempio, fai tu. Sei ottimista riguardo la condizione dei giovani laureati in Italia? C’è un segreto per “riuscire”?
Individuare nel proprio giro di conoscenze chi ‘c’e’ riuscito’. Studiarne i passi. E poi provare a percorrerli.

La risposta è all’estero?
Si, molto spesso questo cammino porta a varcare i confini nazionali. Non per tutti sarà un traguardo ma e’ fondamentale che sia almeno una sosta.

Da chi parte la sfiducia? Quanto sono colpevoli le scuole, l’Università, la politica?
Paghiamo lo scotto di trent’anni di mala politica. Una mentalità rigida che ci impedisce, che so, di lavorare in Finanza anche con una laurea in Lettere Antiche. In Inghilterra è possibile. Ma non c’e’ tempo per lamentarsi, bisogna agire, forse partire.

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Esiste ancora il lavoro?
Solo per chi ha il coraggio di crederci.

Allora, adesso spiegami: di preciso, che lavoro fai?
Regolamentazione delle banche di investimento, un tema caldo in seguito alla crisi del 2007. Faccio lobby nei confronti dei governi e regolatori su temi di finanza dei mercati, contribuisco a gestire la strategia della banca, i finanziamenti e l’implementazione dei processi di regolamentazione.

Come ci sei arrivata?
Passando dai tecnologici HP Labs di Bristol, l’Europa di General Electric a Bruxelles e poi tre mesi di internship nella City. E un master in Bocconi.

Tre parole su Londra. Le prime che ti vengono in mente.
Avanguardia. Empowerment. Tradizione.

Perché?
Londra coniuga il senso degli affari con la spesa pubblica per infrastrutture, il conservatorismo con la tolleranza liberale. E’ una città sospesa tra passato e futuro.
E al centro pone la responsabilizzazione del cittadino.

Ok. E invece tre parole sull’Italia?
Sensorialità. Interpretazione. Sentimento.

Sentimento, appunto. Cosa ti manca dell’Italia quando sei a Londra?
Il sole, non solo quello che riscalda ma quello che fa maturare frutta e verdura e dona loro quel sapore speciale.

Di che sanno, a Londra, i pomodori?
Di ghiaccio.

E cosa credi che manchi all’Italia di quello che in Inghilterra hai visto, imparato, apprezzato?
La tolleranza e il rispetto: qui ognuno pensa, dice, fa e veste come vuole. L’eccentricità è praticata e riconosciuta. La fantasia nell’abbigliamento è la prova del rifiuto del conformismo e dell’accettazione sociale.

Se ti dico “andare”, cosa pensi?
A un po’ di malinconia e una valigia piena di prodotti tipici calabresi

Se ti dico “tornare”, invece?
Una valigia vuota ma il cuore pieno di gioia

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E se ti dico “fallimento”?
Checked. Va vissuto prima di… rinascere.

Tre parole che ti vengono in mente se pensi ad Antonella fra dieci anni.
Satisfied, Inspired and Inspiring.

I pro e i contro di lavorare all’estero.
Essere apprezzati e coinvolti from day one, ricompensati per i propri sforzi, in cambio significa dover affrontare un ambiente competitivo e mutevole.

Tornerai in Italia?
Sicuramente.

E in Calabria?
Lo spero. Vorrei contribuire a migliorare la terra che mi ha cresciuto. Vivere al sud è un’esperienza formativa universale, ma va coniugata con una maggiore esposizione internazionale.

Qual è il più bel regalo di laurea che hai ricevuto?
Il sorriso di mio padre.

Un aneddoto sui tuoi primi momenti, i tuoi primi giorni da laureata.
Nell’attesa per le foto di rito dopo la discussione della tesi, il fotografo prende in disparte mia sorella, le affibbia la tesi e la fa mettere in posa. Una volta riconosciuta la gaffe e dopo essersi scusato, indica il suo ragazzo (che sono io, n.d.a.) e mi fa: “su dai allora ne facciamo una con il tuo fidanzato”.

Per concludere, un mantra di buona fortuna.
In qualche tribù dell’Amazzonia, se tu arrivi e ti lamenti col capo che sei senza voglia, sei depresso, lui ti farà almeno quattro domande: quando hai smesso di ballare? quando hai smesso di credere? quando hai smesso di incantarti dei racconti? quando hai smesso di fermarti per sentire il tuo silenzio?

Puoi scegliere di fare un saluto ad effetto.
Namasté, ‘mi inchino a te’.

Puoi scegliere una bella canzone.
Walk of Life.

Cos’altro puoi scegliere, nella vita?
Tutto ciò che desideri.

A proposito dell'autore

Nicola H. Cosentino
Vicepresidente - Caporedattore

Di spirito sabaudo, è cresciuto negli anni d’oro delle Spice Girls e dei Backstreet Boys, per cui è convinto che il meglio debba ancora venire. Realizza cortometraggi autoprodotti, cucina Burritos e Cous Cous, disegna a modo suo e suona – sempre a modo suo – la chitarra for personal use only. La sua canzone preferita è Ashes to Ashes di David Bowie, che una volta negli ultimi tre anni è perfino passata in radio. Laureato in Scienze Politiche e giornalista pubblicista, ritiene che il suo successo più grande sia una fotografia che lo ritrae con Al Pacino (in cui entrambi sono venuti molto male). Ha lavorato nell’editoria londinese, per cui è molto sensibile alla tematica dello schiavismo.

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